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Brunette Downs , il regno delle mandrie

Una normale giornata lavorativa a Brunette Downs comincia molto prima dell’alba.

La cucina sforna la colazione calda intorno alle 4 e 15 e poi, al sorgere del sole, i mandriani escono per cominciare a svolgere il loro lavoro; così fanno anche i meccanici, che si chiedono quale motore cominciare a sistemare prima che il pilota inizi a rullare sulla pista, ammirato soltanto dai canguri; i raccoglitori montano in sella (che si tratti di quella di un cavallo o di una moto fa poco la differenza).

Il manager di Brunette Downs, Henry Burke, dice, per spiegare la levataccia, che si tratta del lavoro che ha a che fare con la natura. Come se non bastasse le mandrie sono molto più attive quando fa freddo: col caldo torrido infatti, nessun animale, a due o quattro zampe che sia, ah voglia di mettere un piede davanti all’altro. Con i suoi oltre dodicimila chilometri quadrati, Brunette Downs, situata nel Northern Territory, è una delle cattle station più grandi d’Australia. La fattoria è di proprietà dell’AAco (Australian Agricultural Company), una società produttrice di carne con base a Brisbane che controlla oltre settantamila chilometri quadrati di terreno (più o meno l’un per cento dell’interno territorio del continente) tra il Queensland e il Northern Territory.

Brunette possiede più di settantaduemila capi di bestiame e si trova circa quattrocentotrenta chilometri a nord ovest della città mineraria di Mount Isa, raggiungibile con “appena” sei ore di guida; per chi non volesse allontanarsi così tanto, sappiate che Brunette Downs dista trecentocinquanta chilometri da Tennant Creek, dove si può trovare una frugale ospitalità. Attenzione alla benzina perché un cartello posto proprio all’inizio di Brunette Downs recita “Ci dispiace, niente carburante”, sebbene sul luogo siano custoditi più o meno centoventi mila litri di benzina: il primo obbligo di ogni fattoria che si rispetti infatti, è nei confronti della propria comunità.

Una cinquantina di persone vivono e lavorano a Brunette Downs durante la stagione secca che va da Marzo a Novembre. Molti sono giovani, maschi e scapoli, la legge dominante è quella dei fattori e gli altri devono solo adattarsi. Gli impiegati hanno vitto e alloggio gratuiti e ricevono un compenso che parte dai centocinquanta dollari al giorno per quelli che hanno più di ventuno anni. Circondata da mandrie, officine, generatori, magazzini frigoriferi e non, servita da piccole flotte aree e grossi veicoli, incluso un trenino, Brunette è più una piccola città oasi che non un posto sperduto.

Le sue file ordinate di uffici e società sono tenute insieme da prati all’inglese ben irrigati, cespugli di rose, buganville rampicanti e altri alberi adulti. Al centro del complesso ci sono i blocchi dei dormitori, una clinica medica, una macelleria, una cucina industriale e il club, una capanno aperto da un lato nel quale per un’ora prima del tramonto ogni giorno si servono alcolici in genere custoditi sotto chiave. L’illusione di essere connessi con il resto del mondo è forte: le stanze comuni e gli uffici hanno l’accesso a Internet e la televisione, gli alloggi dei lavoratori hanno i telefoni. Però oltre i confini di questa piccola comunità c’è una distesa piatta che si estende a perdita d’occhio, caratterizzata da tutti i cliché più comuni sul deserto: temperatura torrida, polvere e cespugli secchi che rotolano.

La terra del bestiame

Il suolo nero di Barkley è ricoperto da uno strato robusto di erba dorata di Mitchell e rossastra di Flinder. Dopo la pioggia però, compaiono anche erbe più delicate, alcune delle quali native del luogo. “L’acqua”, spiega Suzie Kearins, manager della sede Aaco di Brunette, “qui è la risorsa più limitante”. Per questo l’attività di estrazione dalle profondità del sottosuolo è così importante: il primo pozzo fu scavato nel 1903 e oggi ce ne sono ben 180 che pompano acqua scavando fino a cento metri di profondità.

L’acqua viene poi conservata in oltre duecento depositi e diffusa in più di quattrocento abbeveratoi. La fortuna di Brunette è quella di trovarsi in un bacino di acque basse: la maggior parte delle acqua piovane che cadono nelle proprietà circostanti confluiscono poi in uno dei tre laghi di Brunette che, dopo le piogge intense, debordano e si unificano. In questi luoghi spesso i pellicani nidificano e, dopo che le acque si sono ritirate, i terreni sono naturalmente più ricchi per la pastorizia. Suzie Kearins, nota come “la ragazza dei semi e dell’erba”, è pagata per studiare e capire da un punto di vista scientifico come funziona la gestione dei pascoli. Così dopo ogni pioggia, tanto per fare un esempio, si preoccupa di misurare l’altezza dell’erba e di fare una stima del suo peso complessivo per capire come questo influenzi la crescita e lo sviluppo del bestiame. Recentemente nel mondo delle grandi fattorie di bestiame alcune cose sono cambiate, come sottolinea Henry Burke: nel XIX secolo infatti per accrescere i propri possedimenti era consuetudine ampliare la proprietà acquistando quella vicina al solo prezzo del bestiame che vi era in essa e metterci mano d’opera a basso costo. La terra era data per scontata.

Oggi le cose non funzionano più così e diventa sempre più difficile trovare e mantenere dei lavoratori stabili. Qualcuno dice che è perché i giovani oggi hanno molte più opportunità di una volta e inoltre la terra oggi è praticamente finita così il suo prezzo è cresciuto all’incirca del nove per cento ogni anno nell’ultimo decennio. I ragazzi che fanno un’esperienza nella cattle station raramente ripetono questa esperienza di lavoro dall’alba al tramonto per un secondo o un terzo anno. Il sellaio itinerante Bonny Young, una leggenda nel settore che viaggia tra una cattle station e l’altra riparando finimenti, ha una teoria: “Mi rendo conto che quello che ha tolto un sacco di braccia a l lavoro nelle fattorie sono le miniere”. Con i suoi centocinquanta cavalli, Brunette tiene Bonny impegnato per circa una settimana e poi via, alla volta della prossima azienda. Comunque, quale che sia la ragione della scarsità di manodopera, oggi i mandriani sono sempre meno e, rispetto al passato, la loro esperienza è assai ridotta. La cosa preoccupa il manager Henry Burke: “Se non hai dei buoni lavoratori, non fai buoni affari“, si lamenta con aria più da uomo d’affari che da uomo di fattoria.

Tutto sulla gente di Brunette Downs

Ogni abitante di Brunette ha la sua buona ragione per stare nel mezzo del nulla. Per alcuni si tratta dell’esigenza di risparmiare soldi, anche se, almeno in apparenza, la maggior parte di questi lavoratori con la pelle riarsa dal sole sembrano spendere la maggior parte del loro denaro in carburante e alcolici. Forse sono vittime del mito dell’uomo frontiera… Gli impiegati più anziani, molti dei quali si occupano della manutenzione della fattoria e dei macchinari, sono nomadi oppure rifugiati provenienti dalle zone di guerra, gente fuggita dalla città o semplici anticonformisti. Quello che sembra attrarre la maggior parte di queste persone comunque è lo stile di vita di Brunette  dove c’è anche chi si ferma per molti anni, anche se si tratta piuttosto di eccezioni. Quello che conta per lavorare a Brunette Downs non è tanto l’età, il sesso o l’esperienza, quanto l’attitudine di una persona al lavoro.

Dimenticatevi la possibilità di equilibrare tra lavoro e vita privata. Generalmente vengono concessi due giorni liberi ogni due settimane ma ci possono essere molti slittamenti: non importa quanto tempo ci vuole, il lavoro deve essere portato a termine e qualcuno deve farlo, sempre.

Nella realtà dei fatti nessuno si preoccupa di non avere dei giorni liberi perché, a parte il lavoro, a Brunette Downs non c’è molto altro da fare. Per alcuni l’unica occupazione nei momenti liberi è lavare i panni che servono per il lavoro. I Burke stanno molto attenti alla sottile linea che separa il duro lavoro dal burnout, per questo ne cercano i segni costantemente nei loro impiegati e, senza allarmarli, tentano di di intrattenerli e distrarli per quanto possibile. L’espediente fondamentale usato è quello di allontanare le persone dalla fattoria prima che siano loro stesse a sentire che è giunto il momento di un break. Un paio di volte all’anno da Brunette Downs parte un convoglio alla volta di King Ash Bay, luogo celebre per la pesca, dove l’azienda dispone di una barca e di una capanna.

La forma di intrattenimento più frequente però è quella del campdrafting, un tipico sport del bush australiano che consiste nel catturare il bestiame attorno a tre pali. Tutto lo staff è incoraggiato a partecipare abitualmente a questa attività. Una volta al mese le giovani reclute di Brunette fanno un barbecue e bevono fino a notte inoltrata e di tanto in tanto si procede a un’occasionale raccolta fondi. Un luogo così remoto, al pari di ogni comunità chiusa, emana un tipo speciale di intimità. La cosa è inevitabile. Visto il milione, o giù di lì, di ettari di vuoto e solitudine che li circondano, gli impiegati di Brunette finiscono con il condividere non più solamente cavalli, veicoli e macchinari ma lavatrici, pettegolezzi, musica, vacanze e, si, anche i letti. Sia al pub che durante i pasti vigono regole non scritte che stabiliscono chi si siede dove e con chi. I capi tendono a fare gruppo e le coppie più anziane parlano tra di loro. Ai più giovani, magari stagionali, non capita mai di sedere per una chiacchierata con i veterani, tutta gente per bene ma che ama stare per conto proprio.

Caratteristiche della vita nell’outback

La pressione dell’economia, che impone di produrre la carne da immettere sul mercati il più rapidamente possibile, ha portato a cambiare il lavoro nell’azienda e così adesso le vaccinazioni, le marchiature, la castrazione e l’eliminazione delle corna (quindi in buona sostanza tutto il lavoro sporco della fattoria) vengono fatte non nei recinti ma nei giardini. Avere a che fare con il bestiame è un lavoro sporco, faticoso e fisicamente sfibrante. Insomma, inutile fingere, tutto si basa sul machismo e lo stoicismo e ossa rotte e traumi sono all’ordine del giorno. Oggi però le cose non sono dure come una volta e i lavoratori di Brunette Downs hanno aria condizionata e docce calde al punto che i lavoratori più anziani, come Eugene Kostin, ottantaquattro anni e giardiniere privato della casa padronale, parla di “vita da reali”. Se i lavoratori sono abbastanza vicini al campo base rientrano la sera e alle sei, quando apre il bar, cominciano a raccontarsi di quante mucche hanno catturato. Alle sette in punto la cuoca serve la cena e suona la campana per annunciare a tutti che il pasto è in tavola, pronto per essere divorato. Il cibo è semplice ma non monotono e viene servito in quantità copiosa. I più anziani vanno subito a risposare poi, lasciando i giovani a divertirsi tra loto. Alle nove però anche i più giovani ancora in piedi vanno a letto. Così si conclude una giornata che ricomincerà se non identica molto simile dopo poche ore.

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