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In un Paese bruciato dal sole: L’Australia di Emanuele Bermani

Vivere in Australia ti dà ogni giorno la possibilità di conoscere persone nuove, nuove storie che s’incrociano per caso davanti al profumo di un caffè preparato con la moka o ad un piatto di spaghetti, a casa di amici in comune. Storie che mi colpiscono per come sono nate, per come si sono sviluppate e per le premesse che lasciano assaporare, mentre il piatto di spaghetti di svuota e il caffè ti scotta la lingua.

A catturare la mia attenzione questa volta è stato un giovane 29enne, originario di Pavia, per l’esattezza di Gambolò, ma vissuto fino a poco prima di partire in Brianza, Emanuele Bermani.

Dopo aver ottenuto la laurea in Ingegneria Informatica nel 2012, Emanuele non ha subito intrapreso immediatamente un vero e proprio percorso professionale, ma ha lavorato saltuariamente, provando anche a coltivare l’impegno sportivo agonistico che aveva in quegli anni nel nuoto per salvamento.

Per conoscere Emanuele più da vicino e per ascoltare più nel dettaglio la sua storia, decido di invitarlo a cena per un risotto in compagnia delle mie amiche e coinquiline, Cri e Mery. Davanti a un bicchiere di vino rosso e quattro piatti vuoti, le domande fioccano avide di risposte una dietro l’altra.

Cosa sapevi dell’Australia prima di partire? Perché l’hai scelta tra tanti altri Paesi?

Ero già stato in Australia, precisamente ad Adelaide, nel 2012, per un evento sportivo a cui ho partecipato. Non ho avuto molto tempo per visitare la città, ma l’impressione che mi ha dato è stata sicuramente positiva, anche se si è rivelata una realtà completamente diversa da quello che siamo abituati a vedere in Italia e più in generale in Europa.

Prima di partire mi sono informato veramente molto sull’Australia, leggendo il più possibile online, consultando forum specializzati e guardando video blog di ragazzi che erano già li, cercando di capire quali opportunità avrebbe potuto offrirmi, e se si sarebbe potuta rivelare un buon investimento di vita.

Qual è il motivo razionale per cui sei partito per l’Australia?

Principalmente il motivo è stato la concreta possibilità di migliorare la qualità della mia vita futura. Leggevo sempre più frequentemente di come una delle caratteristiche di questo Paese fosse un ottimo equilibrio fra lavoro e tempo libero, che rappresenta per me un fattore fondamentale da tenere in considerazione quando si vuole vivere un’esperienza all’estero.

Inoltre, una delle peculiarità di Sydney è il contrasto molto marcato tra città e natura: pur essendo una città vasta e popolosa, ha al suo interno moltissimi parchi, riserve naturali e zone verdi, e nel giro di pochi chilometri ci sono decine e decine di spiagge affacciate sull’oceano e nelle acque interne dell’Harbour. Devo dire che questo ambivalenza – città e natura – è stato proprio uno dei fattori che più mi hanno spinto di più a partire.

Qual è, invece, quello irrazionale?

In realtà, ho ragionato molto prima di partire, quindi la parte irrazionale ha avuto un peso minore, ma se dovessi dirtene uno, sceglierei la voglia di evadere, di scoprire un mondo nuovo e di mettermi veramente alla prova in quella che è la vita reale, post studi e post sport, in una realtà lontana da quelle che possono essere le sicurezze familiari e la certezza di avere sempre amici che ti possono dare una mano.

Se fossi un animale saresti? Perché?

Sarei sicuramente un uccello. Mi piacerebbe l’idea di poter volare e vedere il mondo da tutta un’altra prospettiva, e poter coprire grandi distanze in poco tempo.

Descrivi il tuo lavoro quando eri in Italia

Non ho mai avuto un vero e proprio lavoro full-time in Italia. Ho passato gli ultimi anni prima della partenza lavorando saltuariamente come allenatore di nuoto, personal trainer in palestra, promoter per un’azienda informatica e web developer freelance. Tutto questo quando non ero impegnato in allenamenti e gare (a volte anche all’estero).

Descrivi il tuo lavoro ora

Lavoro come sviluppatore web in una azienda che si occupa di automatizzare le campagne marketing per grosse compagnie. Lavoriamo per un buon 80% dei progetti con American Express, e in minor parte con società più piccole come Canon Australia e NZ, Honda, eNett e varie università Australiane, per citarne alcune.

Per la maggior parte del tempo mi occupo di sviluppare via codice il front-end di pagine web ed email che queste compagnie utilizzeranno nelle loro campagne marketing. Leggermente meno frequentemente, ma pur sempre per un buon quantitativo di tempo, collaboro più attivamente in quello che è il Marketing vero e proprio di queste compagnie, generando i report delle loro campagne marketing e proponendo possibili soluzioni e implementazioni per i loro obiettivi.

Com’è stato il tuo primo anno di Working Holiday in Australia? Difficoltà? Dubbi e speranze?

Il mio primo anno di Working Holiday Visa l’ho condiviso fortunatamente con altri tre amici e ai tempi anche compagni di squadra, partiti dall’Italia con me. Due di loro, Niccolò e Valentina sono ancora qui a Sydney e stanno avendo grande successo nel lavoro e vivendo bellissime esperienze. Mattia, invece, era partito per motivi completamente diversi, senza un’iniziale intenzione di rimanere, ma per vivere un’esperienza diversa, lontano dall’Italia.

Ovviamente l’impatto iniziale non è stato dei più facili. Specialmente per la lingua: nonostante nessuno di noi pensasse di avere grossi problemi con l’inglese prima di partire, ci siamo ritrovati in un Paese dove si parla con un accento molto diverso da quello a cui siamo abituati a sentire nei film in lingua originale o nella musica.

L’inesperienza e la mancanza di un appoggio iniziale si sono fatte sentire subito: ricerca del lavoro, automatismi della città e conoscenza del suo stile di vita sono caratteristiche che si assimilano solo dopo qualche settimana, quindi soprattutto in quel periodo è molto comune rimanere spaesati.

Per quanto riguarda le speranze, quelle ci sono sempre state, anche se non mi piace usare quella parola, per il fatto che la scelta di trasferirmi in questo posto e in questo momento della mia vita non è stata fatta casualmente, sperando che tutto andasse nel modo migliore. Preferisco chiamarle “consapevolezze”, perché sono sempre stato convinto che con le giuste informazioni acquisite prima della partenza e con le scelte corrette fatte una volta arrivato, sarebbe stato tutto molto più facile. E cosi è stato.

Com’è stata, invece, la tua esperienza in farm?

Come ben saprai è un’esperienza quasi obbligatoria per chi vuole rinnovare il Working Holiday Visa per il secondo anno. Direi che è stata molto positiva, tutto è andato per il verso giusto. Non posso dirti che è stata facile, ma con il senno di poi mi sento fortemente di consigliarla a chi è indeciso se rinnovare il Working Holiday Visa o affrontare un corso di studi per rimanere in Australia con uno Student Visa.

Sono partito dopo aver passato i primi sei mesi a Sydney insieme ad una ragazza che viveva con me in quel periodo. Abbiamo comprato un’auto e abbiamo deciso di partire per un minuscolo paesino a 300 Km a nord-est di Adelaide. Ci siamo informati molto sul dove andare (cosa che alla fine si è rivelata determinante), soprattutto sapendo di alcune brutte esperienze raccontate da alcune persone che probabilmente si sono informate poco prima di partire.

Tramite amici che avevano già fatto questa esperienza abbiamo subito trovato una share-house dove poter vivere, e poco dopo esserci iscritti all’agenzia locale per il lavoro, siamo stati chiamati per iniziare la stagione degli agrumi con una delle compagnie agricole più grandi in Australia. Il lavoro era in regola in tutto e per tutto, con contratto casual, ma lavorando ben sei giorni a settimana, con superannuation (quella che è il nostro fondo pensione) e tasse pagate.

Gli orari di lavoro variavano in base alla temperatura mattutina: se faceva molto freddo la mattina presto si iniziava dopo, ma mai prima delle 9 e non si finiva mai dopo le 4.30pm.

Se per qualsiasi motivo la giornata lavorativa fosse iniziata dopo o finita prima, sarebbe bastato avvisare il supervisor la mattina stessa e non ci sarebbero stati problemi.

Alla fine degli 88 giorni di lavoro (non uno in più dei necessari per il rinnovo del visto) il supervisor ha firmato il documento che dichiarava la mia esperienza lavorativa nelle loro farm, fondamentale per l’applicazione per il rinnovo del visto. Dopodiché’ sono ripartito per Sydney e dopo pochi giorni sono tornato in Italia per 2 mesi.

Racconta come sei stato assunto nell’azienda dove lavori attualmente

Ho trovato il mio attuale lavoro nel primo mese del mio secondo anno in Australia. Paradossalmente è stata Marketing Cube a trovare me. Questo perché’ ho imparato che per molti settori, incluso il mio, è molto importante avere un solido profilo Linkedin, aggiornato e ben preparato, per diventare molto visibili ai recruiters, una risorsa importantissima nella ricerca del lavoro, pagati per trovare le migliori personalità di cui le aziende hanno bisogno. Nel caso poi riescano a farti assumere, quest’ultimi ricevono un’ulteriore bonus dall’azienda in questione. Si capisce subito di come loro abbiano tutti gli interessi a farti trovare un posto di lavoro solido e con un buon salario (il loro bonus è proporzionale al salario concordato).

10. Come è arrivato lo sponsor nell’azienda in cui lavori?

Sembra strano da dire ma lo sponsor è arrivato ancora prima che iniziassi a lavorare con Marketing Cube. Durante il colloquio di lavoro ho spiegato loro, come il mio tipo di visto mi avesse concesso di lavorare per un massimo di sei mesi consecutivi con lo stesso datore di lavoro, e comunque per non più di un anno. Dopo aver appreso questa limitazione, il manager mi ha messo al corrente che se mi avessero preso, si sarebbero presi carico economicamente e burocraticamente del mio visto sponsor. Non appena effettuato l’IELTS (certificazione di lingua inglese) la compagnia ha subito richiesto lo sponsor visa al dipartimento dell’immigrazione, e dopo circa 8 settimane dall’applicazione ho ottenuto il tanto ricercato visto 457.

11. Quanto è importante, a tuo avviso, la conoscenza dell’inglese?

È assolutamente fondamentale. Anche con le migliori competenze, referenze importanti o grande esperienza, risulterà quasi impossibile trovare un lavoro senza una comprensione ed un’espressione in lingua inglese almeno sufficiente. A mio avviso, il primo passo da fare se si vuole partire per qualunque paese anglofono è quello di migliorare il più possibile la conoscenza dell’inglese, soprattutto parlato e ascoltato. I metodi più efficaci, oltre ovviamente a corsi specializzati, sono i film in lingua inglese con sottotitoli in inglese, ascoltare canzoni inglesi cercando di trascrivere le parole che si ascoltano, e leggere molto in inglese cercando di tradurre man mano le parole che non si conoscono.

Descrivi la personalità di Emanuele Bermani

Sento di essere una persona razionale. Mi piace valutare ogni opzione che ho prima di prendere una qualsiasi decisione e non sono una persona che si butta facilmente su una scelta senza prima averne valutato pro e contro.
Mi piace molto essere socievole. Quando sto con altre persone, anche se conosciute da poco, mi piace provare ad entrare nei discorsi attivamente e rompere il ghiaccio da subito.
Infine sono molto ambizioso. Non mi piace accontentarmi se sento che posso ottenere molto di più di quello che ho.

Quali sono i tuoi pregi e quali i tuoi difetti

Non è mai bello autovalutarsi su queste cose, anche se come tutti ho tanti pregi e tanti difetti. Se devo sottolineare un pregio, sicuramente è la perseveranza e il fatto di non mollare mai sugli obiettivi che mi sono prefissato. Tra i tanti difetti forse quello più correlato al pregio appena citato è la testardaggine in certe cose e il fatto di cambiare idea molto difficilmente.

Come sei cambiato in questi anni “australiani”

Sicuramente sono maturato molto e mi sento molto più sicuro di me stesso. Il fatto di essere riuscito ad ottenere molti obiettivi che mi ero prefissato e di essere sulla buona strada per quelli futuri mi sta dando molte sicurezze.

Inoltre, il fatto di essermi confrontato con tantissime altre persone che stanno facendo il mio stesso percorso, o con persone che non vedevo da molto tempo che mi hanno confermato questa cosa, rende questa percezione ancora più forte.

Cosa ti manca del tuo Paese e cosa, invece, non ti manca?

Mancano la famiglia e gli amici rimasti in Italia in primis. Sapevo che sarebbe stato uno dei prezzi da pagare per vivere una vita dall’altra parte del mondo, quindi ero preparato a questa sensazione. Ma il fatto di provarla sulla propria pelle la rende abbastanza importante. Riesco comunque ad attenuare questa mancanza sentendo la famiglia praticamente tutti i giorni via messaggi e circa una volta a settimana con Skype.

Ovviamente manca molto anche la facilità trovare del buon cibo tutti i giorni e ad un prezzo decente. Non è impossibile mangiare bene ma i locali che offrono buon cibo sono molto più rari che in Italia e il prezzo non è sicuramente basso come nel nostro paese.

Tra le cose che non mi mancano per niente, sicuramente mi sento di citare la situazione politica ed economica del paese, la mancanza di meritocrazia in ambito lavorativo e la difficoltà ad entrare degnamente nel mondo del lavoro per neolaureati o neodiplomati.

Quali sono i tuoi obiettivi professionali per i prossimi anni?

Professionalmente ho intenzione di migliorare la mia conoscenza in ambito Marketing e di perfezionare quella nel campo dello sviluppo web. Inoltre con il raggiungimento della residenza permanente mi piacerebbe trasformare la mia professione in un lavoro indipendente, dove potrò gestire il tutto in prima persona. Inoltre, insieme ad altre 2 amiche, abbiamo appena fondato un’associazione no-profit chiamata “Professionisti Italiani a Sydney” dove uno dei più grandi obiettivi è quello di costruire una banca dati dove raccogliere storie di successo di professionisti Italiani che hanno avuto o che stanno avendo successo in terra Australiana, specificatamente per ogni tipo di industria.

Quali sono, invece, i tuoi obiettivi personali per i prossimi anni?

Personalmente il primo obbiettivo è appunto la residenza permanente, che mi renderà completamente indipendente da ogni tipo di visto (nonostante non abbia grandissimi impedimenti con il mio visto attuale), e mi garantirà la possibilità di gestire il tempo in prima persona, avendo più tempo libero da dedicare a viaggi o da passare in Italia con famiglia e amici.

Praticamente l’obiettivo è quello di riuscire ad avere una vita dove non si senta mai il bisogno di prendersi una vacanza da quello che si sta facendo.

Cosa ti rende felice? Cosa ti fa paura? E cosa, infine, ti rende triste?

Ho paura di svegliarmi fra 30 anni e capire che avrei potuto fare le cose in modo migliore o differente, ma sono felice quando ogni giorno mi sveglio e capisco di stare facendo le scelte giuste. Sono triste quando vedo che per fare questo sono dovuto andare via dall’Italia, potenzialmente il paese più bello del mondo, con possibilità infinite, ma che nonostante questo sta vivendo la situazione in cui si trova oggi.

Cosa ami di questa Terra australiana e cosa, invece, non apprezzi?

Amo le enormi possibilità che dà a chiunque faccia le scelte giuste ma soprattutto si prepari nel modo giusto. Amo le bellezze che ha, naturalistiche e non, nonostante sia un paese giovanissimo che fino a poco più di 200 anni fa era popolato praticamente solo dalla popolazione aborigena. Amo la multiculturalità e la legislazione che la regola, per farla diventare un vantaggio per il paese e per il modo in cui fa integrare i nuovi arrivati.

Nonostante i molti pregi, l’Australia è un paese che secondo me ha anche tanti difetti. Mi sento di citare l’enorme distanza fra le grandi città (22 milioni di persone in una nazione con sole 5 “metropoli” ma grande quanto l’Europa). Inoltre non posso negare la difficoltà nell’integrarsi con Australiani se non si è i primi ad essere propositivi verso di loro (non ho notato il calore innato e gratuito che hanno tipicamente gli Italiani verso gli altri).

 La tua filosofia di vita

Diventa la migliore versione possibile di te stesso, per te stesso.

Se potessi esprimere tre desideri del Genio della Lampada….

Come primo desiderio sicuramente il teletrasporto per accorciare le distanze tra qua e l’Italia. Il secondo desiderio lo regalerei a persone che ne hanno molto più bisogno di me (come sono altruista), ed infine il terzo desiderio è ovviamente quello di creare un altro genio per avere altri tre desideri disponibili (non sono poi così altruista forse).

Lascia un consiglio a chi come te, sta cercando di vivere in Australia tramite sponsor o skill visa.

Sicuramente il consiglio più importante è quello di focalizzarsi su quello che si vuole veramente, cercando di capire quelli che sono gli step giusti da fare per ottenerlo. Non accontentarsi mai di un lavoro qualsiasi, magari che non piace neanche, giusto per ottenere lo sponsor e magari dovendoselo pure pagare da soli.
Secondo me bisognerebbe cercare di dare maggiore importanza al trovare la compagnia giusta, solida e seria, che dia più garanzie per il futuro, anche a costo di rinunciare ad una posizione lavorativa già ottenuta.


La storia di Emanuele Bermani non è una storia come tutte le altre. E’ una storia di perseveranza e abilità, di chi sa quanto vale e sa quali sono i suoi obiettivi. Spesso parlando di visti e lavoro (due degli argomenti top tra gli Italiani in Australia) sento volare le parole “fortuna” associate a “sponsor” e, come sempre quando mi non mi trovo d’accordo, arriccio le labbra.

Innegabile che l’Australia ci abbia “regalato” opportunità uniche e irripetibili, ma sono fermamente convinta che queste opportunità vadano anche colte e rielaborate con le qualità – le famose skills – che ognuno di noi possiede.

Che sia uno student visa, un working holiday, uno sponsor o un partner visa, non importa, le occasioni non tornano e siano noi, come scultori a plasmare l’argilla che è tra le nostre mani. Emanuele ha fatto di un’occasione un vaso di creta.

Come Macchiavelli ne “Il Principe” pensava che la Fortuna fosse arbitra solo della metà delle nostre azioni, mentre l’altra metà della nostra virtù, così anche io sono convinta che per buona parte siamo responsabili di ciò che “we handle in our hands”.

Qualcuno lo chiama destino, io lo chiamo volontà.

La storia di Emanuele Bermani, come quella di Luca Aldegheri, di Mattia Baggiani o Caterina Bidini sono tutte storie che amo definire “d’eccellenza”, un esempio genuino di sana ambizione, determinazione, forza di volontà che non può che rendermi orgogliosa, dopo molto tempo, di avere sangue italiano.